L’esperienza come bussola per la città
Forse per la grossa complessità da gestire, il problema non è mai stato risolto in modo soddisfacente. Mi riferisco ai punti informativi delle città.
Mi sono trovato ad affrontarli e proporrò qui la chiave con cui ho cercato di dare la mia risposta, senza la pretesa di essere esaustiva e risolutiva, ma aperta al confronto.
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Molecole di senso
Come giornalista e come architetto dell’informazione di un gruppo editoriale ho maturato nel tempo la convinzione che una buona architettura e un buon progetto sono possibili soltanto se c’è una conoscenza profonda del contenuto che verrà pubblicato. Ovviamente non intendo dire che bisogna conoscere in anticipo i titoli degli articoli o dei contenuti multimediali, mi riferisco piuttosto alla necessità di analizzare l’argomento principale, il “taglio” che avrà, gli obiettivi editoriali, il ritmo di produzione.
Nella progettazione di siti di informazione, in sostanza, bisogna partire dallo studio delle dinamiche attraverso le quali i redattori adempieranno alla loro funzione primaria: la costruzione e la ri-costruzione del senso.
Se l’obiettivo del sito è vendere un bene materiale, ad esempio magliette, è naturale che il baricentro della progettazione debba essere l’utente cosiddetto “finale”. Quando però l’obiettivo del sito è la costruzione del senso, il design non può che essere centrato con pari intensità sia sugli utenti-giornalisti che sugli utenti “finali”, ma ho difficoltà ad usare questo termine, anche fra virgolette.
Il punto infatti è proprio questo: la costruzione del senso online tende sempre di più ad essere un processo partecipativo in cui tutti possono concorrere alla manipolazione degli elementi costitutivi della narrazione.
I sistemi della narrazione
Comunicare il senso, il significato, vuol dire narrare una storia e si tratta di un processo fortemente influenzato dal supporto attraverso il quale si svolge.
Se pensiamo alla carta stampata, si può dire che una storia è “tutto quel che entra in una pagina”. La narrazione si svolge in uno spazio bidimensionale definito dai confini fisici della pagina. Lo spazio costituisce un sistema, cioè un contesto che rende possibile la comunicazione. Attraverso di esso si esprimono le gerarchie fra gli articoli, le funzioni narrative dei diversi elementi, si “tiene insieme” il racconto (immaginate ad esempio una pagina dedicata a una finale di campionato, con in alto il titolo che offre la sintesi della storia, quindi articoli di contorno, di colore, di approfondimento, di analisi, foto, pagelle, schede tecniche).
Quando è il tempo a costituire il sistema della comunicazione, come accade in radio e in tv, si può dire che una storia è “tutto quello che entra in scaletta”. L’importanza, il ritmo, la scansione dei diversi elementi, le funzioni narrative vengono tutte veicolate attraverso il tempo.
Se la narrazione è vincolata alla finitezza di un asse spaziale o temporale, essa non può che essere un’istantanea, una fotografia che fissa su un piano sincronico la storia in un determinato momento. Nell’ambiente dei giornali stampati si dice infatti che una notizia è tutto quel che accade prima delle dieci di sera, orario in cui il giornale viene “chiuso” e dato alle stampe.
Con il superamento di questi limiti, come accade online, la narrazione diventa un processo continuo.
Grazie agli strumenti di collaborazione la costruzione del senso diventa partecipata, diffusa e dinamica.
Sebbene anche in un giornale stampato ci siano ovviamente i mezzi grafici per rappresentare il percorso di costruzione di una storia; la differenza con il web si trova nella continuità, nella reperibilità e nelle molteplici possibilità di rappresentare questo processo.
“In print, the process leads to a product. Online, the process is the product”, dice Jeff Jarvis.
La storia è una molecola
La narrazione online si deve rendere disponibile a molteplici “viste”, consentendo all’utente di navigare secondo la propria soggettività. Mi riferisco alla possibilità di agire su filtri, tag, viste cronologiche, in sostanza alla capacità di manipolare e ricombinare il racconto, di inviarne gli elementi ad amici innescando un processo virale, di partecipare attivamente alla narrazione attraverso l’invio di commenti, di contributi audio, video o fotografici.
Dal punto di vista dell’architettura dell’informazione, questo significa creare sistemi in grado di gestire il versioning dell’intera storia, non soltanto (come ad esempio fa il Guardian) del singolo elemento di essa.
Sono convinto che una chiave per affrontare questa sfida è immaginare che così come una molecola è composta da atomi e legami fra di essi, una storia è composta da elementi, items, e da legami fra di essi. Questi legami possono essere di vario tipo, a seconda del significato e della direzionalità della relazione fra gli oggetti narrativi collegati.
Essi sono costituiti da notizie brevi, video, fotografie, contenuti interattivi, gallerie, contributi audio, schede di approfondimento, sondaggi, dialoghi con gli utenti e tutto quello che il web riesce a rappresentare all’interno delle sue pagine.
Questa possibilità combinatoria porta allo scardinamento progressivo della centralità dell’elemento-articolo. La storia diventa una molecola, come si diceva sopra, una molecola policentrica che ogni utilizzatore (internet non si legge: si fa) può ruotare come vuole, cambiando l’oggetto in primo piano. Il legame fra gli atomi diventa quindi l’architrave dell’architettura, ancora più importante degli atomi stessi. Kevin Kelly scrive infatti “information is not as meaningful as connection”.
E’ progettando secondo questi presupposti che possiamo permettere all’utente, che ad esempio sia stato condotto da un motore di ricerca direttamente in una pagina di dettaglio di una storia, di ricostruirne il senso complessivo e navigare consapevolmente attraverso i vari atomi della molecola narrativa.
Andrew Hinton in The Machineries of Context afferma in proposito: “appena cominciamo a digitalizzare le nostre fonti e aggiungiamo hyperlink, l’informazione esce dai confini imposti dalle dimensioni fisiche e comincia a ri-assemblarsi contemporaneamente in molte altre strutture. (…) La natura aperta dell’hyperlink consente di fare emergere praticamente qualunque struttura immaginabile, confondendo i confini fra l’elemento linkante e l’elemento linkato” (via journalofia.org).
Tenere traccia del processo di creazione ed evoluzione delle molecole narrative, vuol dire renderne possibile la rappresentazione. Questo consente di ricostruire “le puntate precedenti” di una vicenda, di comprenderne le dinamiche, in alcuni casi può offrire un grado di predittività rispetto agli sviluppi futuri.
Molti si stanno muovendo in questa direzione. Gli esempi più significativi vengono da motori di ricerca come Google (News Timeline) o Wolfram-Alpha (suggerisco in proposito la lettura di questo post su Usereffect), ma anche da Wikipedia con il servizio Wiki Dashboard, che consente di visualizzare la storia delle modifiche di un argomento. Anche siti di informazione come il Telegraph hanno offerto visioni diacroniche delle loro storie. Questa ad esempio è stata realizzata in occasione della clamorosa inchiesta sui rimborsi spese dei parlamentari del Regno Unito.
E’ chiaro che costruire narrazioni con queste caratteristiche significa consentire ai giornalisti di lavorare in modo diverso e con strumenti diversi. Lo sanno bene gli architetti dell’informazione del Washington Post, recentemente rivoluzionato nel suo organigramma e nel processo di costruzione delle notizie (si legga in proposito l’interessante post di Mario Tedeschini Lalli).
Tirando le somme
Kristina Halvorson ha affermato di recente: “most companies lack resources to care for content as a critical business asset. Content is complicated, it takes people and time. It demands process and effort. We can’t continue to pretend we can fix content later”.
Nel percorso di progettazione non possiamo considerare i siti come stampi in cui qualcuno verserà un contenuto. I siti sono il contenuto. È proprio la distinzione forma/contenuto che sta perdendo progressivamente la sua utilità ed il suo valore euristico.
Nel lavorare congiuntamente sulla forma e il contenuto, la tentazione è di inventare una chimica artificiale dell’informazione, una sorta di molecola sintetica prodotta in vitro su cui costruire le architetture dei siti e all’interno della quale costringere poi i contenuti.
Cedere a questa tentazione sarebbe un peccato mortale. Occorre piuttosto utilizzare le tecniche elaborate in linguistica, etnologia, psicologia sociale, gli strumenti del design centrato sull’utente, per studiare con un nuovo spirito la costruzione del senso così come esiste (ed è esistita fino ad ora) “in natura”: cioè nei giornali, in radio, in televisione, ma anche nelle dinamiche del dibattito orale e della elaborazione linguistica collettiva.
Solo sulla base di questa osservazione (partecipante) possono essere ri-conosciute e rappresentate le strutture portanti di una architettura non più legata alla progettazione di ambienti, ma di ecosistemi dell’informazione.
Le parole che concretizzano questo nuovo modo di progettare non sono nuove: “aggregazione”, “ontologie”, “link meta-descritti”, “tag”, “correlazioni”. Il cambiamento di prospettiva però porta ad una nuova sintassi e ad un nuovo discorso che si può costruire con queste parole. Ci stiamo lavorando su e crediamo che questa strada possa portare lontano.
















