BarCamp: uno, nessuno, centomila modelli e nuove opportunità a cura di Diana Malerba

Parlando di barcamp vorrei anzitutto chiarirne il concetto, o perlomeno quelle che sono le indicazioni di base.
Un barcamp si (de)struttura come conferenza aperta e generata dagli utenti.
Potremmo definirlo come l’incontro e lo scontro costruttivo di idee, riflessioni, conversazioni dal basso.
Trattandosi di una open conference non schedulata, gli unici elementi definiti sono le tematiche affrontate e il tempo a disposizione degli utenti.
In italia (e all’estero) mi è capitato di prendere parte a barcamp diversi, soprattutto con obiettivi diversi, e questo è l’aspetto su cui vorrei mettere l’accento in questo articolo.
La ricchezza del barcamp, e da qui le sue elevate possibilità di successo, stanno nell’essere un evento estremamente sociale in un mondo che sempre più si dirige verso il social.
In un momento in cui gli utenti sono tutti abilitati a parlare, esporsi e sovraesporsi, la partecipazione ai barcamp permette di presentare le proprie idee e partecipare a una creazione collettiva di proposte e significati inattesi.
E’ qui che risiede la forza e la debolezza del barcamp classicamente inteso.
Infatti, se questo può da un lato generare numerose idee, sviluppi imprevisti e aggregazioni spontanee, dall’altro possiamo rilevare una difficoltà a comunicare l’evento a coloro che non partecipano abitualmente al web 2.0.
E la ragione di questo problema va cercata proprio nell’origine dell’evento.
Ufficilamente il format nasce in California nel 2005, come non-conferenza dedicata a tecnologi, esperti di media sociali e appassionati della rete.
E questo è anche il motivo per cui vorrei parlare di barcamp sfatandone la concezione per così dire più classica e pura.
Come ogni tipo di pensiero conservatore, l’attenersi alle regole limita nettamente la creatività. E quando limitiamo la creatività corriamo il rischio, elevatissimo, di scoprirci tra soliti noti con i soliti temi che passano e tornano di conversazione in conversazione.
Mi chiedo allora se veramente quello di cui trattiamo sia un format nuovo, perchè al primo barcamp cui ho preso parte ho avuto la sensazione di un’esperienza già (piacevolmente) vissuta.
Sono certa che se volessi dare un’idea a chi non ha mai vissuto quest’esperienza potrei facilmente richiamargli alla mente l’esperienza dei collettivi al liceo, durante l’autogestione. Il ribaltamento della lezione frontale, per cui non è richiesta la legittimazione a parlare, perchè chiunque si siede in mezzo agli altri e inizia trattare un tema, con o senza presentazione.
E’ qui che vedo le radici profonde del barcamp, nella scoperta di una conversazione-collaborazione tra pari, nel nostro tempo e nel nosto caso corredati di rete come elemento indispensabile di condivisione di identità ed esperienze.
Volendo dunque ribaltare questa visione possiamo pensate all’apertura dei barcamp e della comunicazione mediale a tutti.
Tra cui, naturalmente, le aziende.
L’evoluzione dei barcamp in questa direzione li conduce ad essere una fonte di innovazione per le imprese che sempre più numerose approdano al web 2.0.
Se dunque l’elemento caratterizzante del barcamp è la passione per un tema, non posso evitare di immaginare l’apporto di barcamp dedicati alle start-up possa aggiungere, in un contesto di costante sviluppo di idee. In una startup vedo più che mai la passione e la connessione, di idee e capitali, per la realizzazione di un progetto vincente.
In quest’ottica mi sembra interessante segnalarvi un esperimento come quello di Working Capital e stimolarvi a produrre nuove, interessanti, variazioni sul tema.
Tags: barcamp, collettivo, condivisione, contenuti, conversazione, partecipazione, pensiero, produzione, scambio, working capital
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