Appunti e spunti sull’esperienza d’uso

Verso una qualità sufficientemente buona: sull’evoluzione del web e la flessibilità figurata a cura di Diana Malerba

immagine 21 590x361 Verso una qualità sufficientemente buona: sullevoluzione del web e la flessibilità figurata

Più che un articolo è un breve editoriale quello su cui rifletto da un po’.

Lo spunto viene dal lavoro di ogni giorno e dalla sua costante evoluzione verso realizzazioni diversamente attese, dalla conseguente evoluzione del concetto stesso di qualità e di come esso trovi (o a volte non trovi) applicazione in ambito di progettazione, e più che mai di progettazione web.


Il discorso si è sviluppato osservando, da un lato, la progettazione in termini di soddisfazione del cliente, dall’altra l’identificazione e realizzazione delle necessità dell’utente.

Questo mi ha portato a riflettere sull’ evoluzione delle figure professionali che il web lo popolano, lo crescono, lo agiscono quotidianamente, accanto agli utenti semplici, che non ne conoscono il backstage e che ne dominano al termine le dinamiche, che lo richiedono.

E come massa, tali utenti lo esprimono in termini di bisogni emergenti, e ne influenzano in misura determinante il concetto di qualità.

Partendo dunque dal concetto di qualità nel senso più completo del termine, dalla necessità (concreta?) di una differenziazione e precisa determinazione delle figure professionali nel senso dello sviluppo di confini pacifici e competenze reciproche, in quelle idealmente identificate come le figure concretamente professionali, e applicando questo concetto al contesto del web, mi è capitato di vedere professionisti quadratamente fermi su un sentiero che si interrompe a metà del percorso, con la possibilità di percorrere due strade molto diverse.

A questo punto mi sono trovata a ipotizzare scenari futuri per figure professionali statiche che si trovino confrontate a questo tipo di realtà, con le figure dinamiche e, soprattutto, con gli utenti.

Per rispondere a queste domande vorrei richiamare da un lato il concetto di crisi e dall’altro quello di contingenza, che trova nel web la sua massima espressione.

Considerando dunque da un lato il momento storico che stiamo attraversando, che vincola più di prima la qualità al ribasso del budget, e dall’altro un universo di riferimento più che mai contingente a ritmi che provocano crisi d’adattamento per utenti insesperti, non mi stupisce l’emergere di una necessità bilaterale all’evoluzione del concetto di qualità verso una qualità che è praticamente inferiore all’eccellenza, ma quanto basta alla soddisfazione dei requisiti, ovvero verso il concetto di una qualità sufficientemente buona.

Osservando dunque la crisi con le sue conseguenze in termini di disoccupazione, mancato ricollocamento, necessità di riqualificazione in forma di figure più complete, più versatili e più che mai flessibili, soprattutto in un ambito come quello del web che è per definizione contingente e in questo senso precario, mi sembra naturale l’emersione di una necessità da parte delle aziende di selezionare più che la persona giusta con una conoscenza specifica e verticale, la persona sufficientemente giusta al momento giusto.

Il candidato di cui parlo, decisamente webbabile, avrà una conoscenza più che sufficiente di diverse discipline e una capacità di adattamento decisamente maggiore di quella posseduta dal candidato inquadrabile, che fuori dalle proprie competenze non osa metter piede per ansie da prestazione (giustificabili) di vario tipo.

Quello che dobbiamo rilevare (non suggerire, ribadiamo) è dunque la necessità di una figura sufficientemente professionale in diversi ambiti professionali, quello che non definiremmo un buon tuttologo ma piuttosto un piccolo esperto di discipline attinenti, o, in certa misura, uno sperimentatore multidisciplinare.

Vista da questo punto di vista, la personale risposta alla crisi si configura a partire dalla crisi stessa e in termini di adattamento evolutivo.

Riteniamo utile, dovendo procedere, richiamare il concetto di frustrazione ottimale di Winnicott, per ottenere un ribaltamento pacifico del punto di vista e la messa in risalto delle opportunità di crescita e adattamento, più che il blocco sterile e sistematico.

Dal punto di vista degli utenti naturalmente il discorso cambia parecchio.

Gli utenti in termini di massa mobile, infatti, sono i primi co-responsabili di questa evoluzione, e dovendone considerare la buona parte dobbiamo ammettere, nostro malgrado, che non rilevano grandi differenze.

Un contesto come quello del web, infatti, col sovraffollamento attuale, la costante necessità di riduzione di una complessità sempre crescente, la democraticità del mezzo che ne ammette anche la sua non conoscenza (eppure uso) non permette tempi e competenze tali da rilevare una discesa di qualità.

Per dare un’idea del fenomeno potremmo paragonarlo al boom della musica in formato mp3, che all’orecchio del direttore d’orchestra risulta terrificante, e a quello dell’utente medio metropolitano, considerandone l’accessibilità, risulta (citiamo) okay.

Questo valore, dunque, derivando dalla necessità di una connessione continua e costante non può che risultare uno dei valori fondamentali per gli utenti di oggi e sempre più di domani.

Se pensiamo all’evoluzione crescente del web verso la mobilità ci toccherà sempre più confrontarci con i concetti della fruibilità e disponibilità del contenuto più che nella sua perfezione immaginata.

Ultimamente mi sto interrogando (trattandosi del mio ambito) di quelle che saranno le evoluzioni che porteranno (o meno) alla figura del mobile copywriter e alle sue conseguenze. Se, infatti, dal passaggio dalla carta al web ci siamo perduti la progettazione di simboli e la costruzione del senso, la creazione di un immaginario e di valori in cui l’utente possa identificarsi, per privilegiarne (ovviamente) l’indicizzazione, mi trovo a interrogarmi sulla malaugurata ipotesi in cui il contenuto, non fruibile, si riduca a un breve bugiardino privo di connotazioni semiotiche, con una perdita di senso da questo punto di vista, e con un effetto ancora tutto da immaginare per quanto riguarda gli utenti che, in un primo momento compensando a suon di identità multiple, si trovano oggi nell’apparente obbligo della sincerità virtuale da eccesso di connessioni.

Ma, coinvolgendo questo discorso anche la delicata questione della reputazione virtuale e della sovraesposizione emotiva (nelle loro conseguenze in termini di problemi occupazionali), che ho già trattato in altra sede, e non volendo dilungarmi oltre su previsioni poco prevedibili, lascio il discorso aperto nell’attesa di quel paio di anni che ancora mancano prima dell’arrivo dei nativi digitali nel mondo del lavoro, che ci permetterà indubbiamente di assistere a una nuova, e mai vista prima, evoluzione in termini di adattabilità lavorativa.

Buona lettura, anche questo mese.

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8 Responses to “Verso una qualità sufficientemente buona: sull’evoluzione del web e la flessibilità figurata”

  1. Sara says:

    Ottimo articolo, solleva molti interrogativi e mina qualche radicata certezza. Fa sempre bene interrogarsi su quello che ci sta succedendo, e farlo “in tempo reale” non è sempre facile.

    Però non sono d’accordo proprio su tutto.
    Per esempio, per quanto riguarda il copy: credo che la qualità della scrittura dipenda dall’utenza e, quindi, dal tipo di sito. Ci sono ancora siti dedicati ad “élite” o a utenti esigenti, anche se non sono di certo la maggioranza.

    Per quanto non sia molto apprezzata al momento, secondo me si va comunque verso un innalzamento della qualità: almeno in mondo anglosassone ci sono varie riflessioni su questi argomenti, rifessioni che stanno iniziando, lentamente come sempre, anche in Italia.
    L’esigenza di arrivare al maggior numero di utenti possibili ci spinge spesso ad abbassare la qualità, o alla semplificazione. La semplificità e la qualità, a volte, possono andare di pari passo, se sapientemente usate.
    Inoltre credo che l’utente, a volte, voglia essere educato. Quindi non è detto che non ci segua se la qualità viene innalzata. (O forse è una speranza, la mia?) Naturalmente bisogna tenere sempre presente il target del sito su cui si scrive e introdurre la qualità passo passo.

    Per il discorso dei motori di ricerca: credo che ci siano altri modi per far trovare degli articoli anche senza usare per forza le parole chiave nel testo o comunque modificare i propri testi in modo da privilegiare l’indicizzazione (parlo dei metatag, per esempio). Per questo, una conoscenza non solo verticale, è sicuramente utile.

  2. Sono d’accordo sul discorso dell’utenza, ma in questo caso dovevo parlare del pubblico generico, e di conseguenta della massa.
    Il concetto di qualità in crescita nel mercato anglosassone mi piacerebbe approfondirlo.
    Per l’educazione dell’utente sarei stata d’accordo qualche anno fa, ma credo che oggi, che gli utenti hanno una capacità di determinazione nettamente elevata l’adattamento alle loro esigenze sia d’obbligo (sono pokevoluti ;o) ).

  3. Paolo says:

    ciao Diana, un post molto interessante su cui sto facendo delle riflessioni.
    Alcune le ho messe sul mio blog commentando il tuo articolo.
    A presto

  4. Grazie Paolo, mi fa molto piacere la citazione e spero che possa essere uno spunto per allargare il discorso ad altri utenti :)

  5. Sara says:

    Sono molto d’accordo su uno degli aspetti che solleva Paolo nel suo blog:
    a livello aziendale c’è troppo spesso pochissimo interesse sull’innalzare la qualità, quindi “troppo spesso gli sforzi vengono vanificati”.
    Questo fa sì che i professionisti del settore approfondiscano e si impegnino a migliorarsi solo in pochi casi (per coscienziosità verso il proprio lavoro, per interesse personale o bisogno di un’attività cerebrale più intensa), mentre per la maggiore va un atteggiamento del tipo “chi me lo fa fare”, o di apatia causa curiosità non stimolata, o addirittura di frustrazione.

  6. Si, Sara, e in questo le responsabilità e la perdita, anche di opportunità, ritengo sia comune, del datore di lavoro e del dipendente.

  7. Luca Mascaro says:

    Gli spunti sono molti e molto interessanti, alla fine però resta un punto su cui designer, ingegneri, artigiani, economisti, etc si scontrano da decenni: cosa si intende per qualità.

    Il punto è sempre se la qualità si debba intendere sul potenziale teorico, fattibile, del leader di mercato o della media del mercato giocando sempre sul concetto dell’accettazione da parte degli utenti (che tra l’altro è uno dei vizi maggiori dello user centered design quello di permettere la creazione di prodotti non mediocri ma non fantastici).

    Una delle spiegazioni più chiare in materia me la diede Gregory Loney qualche anno fa nel gruppo ISO affermando che alla fine il concetto di qualità di un prodotto e forse l’aspetto più impalpabile e soggettivo che il prodotto stesso possiede.

  8. [...] affrontare questo mese si riallaccia in parte a un discorso già precedentemente trattato sulla qualità sufficientemente buona e in particolare sulla questione del processo di progettazione che si trova a mio avviso in un [...]

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