
Quest’articolo inizia con il racconto di un’esperienza d’uso reale che ho osservato e ha ispirato la mia riflessione.
Un’amica era alle prese con un documento in .pdf, e ovviamente utilizzava Acrobat Reader (versione 7) per la consultazione dello stesso.
Nella lettura su schermo capita spesso di sfogliare il documento, piuttosto che leggerlo attentamente per intero. Come è normale in questi casi, la mia amica pensa di utilizzare la funzione di ricerca per tornare a consultare parti già lette, o semplicemente per saltare immediatamente all’argomento d’interesse.
Beh, non riusciva a trovare il campo per la ricerca. Per me, abituato all’uso del programma, non è stato difficile trovarlo: si trovava al centro della barra degli strumenti, indicata con l’icona di un binocolo. Agli occhi della mia amica invece era passato totalmente inosservato, ipotesi confermata dalla sua affermazione “non l’avevo proprio visto”.
Cosa è successo, perchè i suoi occhi non hanno subito notato che ciò che stavo cercando era proprio lì, al centro dello schermo?
Partiamo dal modo in cui una persona legge e interagisce con un software, un sito, un’applicazione. Non legge tutto ciò che c’è sulla pagina, non segue i percorsi di navigazione pensati dal progettista. Gli occhi seguono un percorso a F che inizia dalla parte superiore sinistra dello schermo e prosegue lungo tutta la pagina. Non possiamo definirla una lettura vera e propria, quando una rapida scansione delle diverse aree. Per questo motivo è frequente che elementi disposti nell’interfaccia possano essere esclusi da questo processo e quindi risultare del tutto invisibili.
Come può intervenire il designer per ovviare a questo problema e progettare un prodotto per l’utente che non presenti queste problematiche?
L’obiettivo principale è l’usabilità del prodotto, semplificare le interazioni. Trovare ciò che si sta cercando deve essere un processo facile, veloce, anche piacevole, evitando ogni forma di “rumore cognitivo”. Raggiungere questo obiettivo può essere meno difficile del previsto se il designer sfrutta a pieno uno strumento molto potente: le convenzioni.
Quando ci troviamo a dover scegliere tra innovare o seguire una convenzione, quale strada scegliere?
Jakob Nielsen ha sempre sottolineato l’importanza di una maggiore standardizzazione nel design dei siti web per facilitare all’utente la ricerca delle informazioni. Un utente non deve perdere troppo tempo a capire, apprendere e riconoscere gli elementi principali di design, come la struttura della pagina e la navigazione. Se questi infatti si presentano in modo diverso da sito a sito, lo sforzo cognitivo richiesto finisce con l’aggravare l’usabilità generale dell’applicazione.
“We must eliminate confusing design elements and move as far as possible into the realm of design conventions.” cit. Jakob Nielsen
Dunque, dobbiamo cercare di seguire il più possibile standard di progettazione definiti per migliorare l’esperienza d’uso dell’applicazione e fare in modo che ogni utente possa eseguire ciascun task senza difficoltà.
Che vantaggi avremmo nel rispettare un insieme di convenzioni universalmente riconosciute e applicate? Vediamoli in breve:
Questi benefit incrementano il senso di padronanza dell’applicazione e l’abilità nell’usarla nel modo corretto. Seguire standard nelle scelte di design aiuta l’utente a navigare e muoversi rapidamente e senza problemi non solo sul nostro sito, ma anche su siti diversi costruiti secondo i medesimi standard. Avremo di conseguenza utenti soddisfati della loro esperienza d’uso che torneranno probabilmente a farci visita.
Nel progettare un layout si fa molto affidamento sulle interpretazioni convenzionali di simboli e del loro posizionamento. L’uso delle convenzioni è visto, da molti, come porre delle vincoli a ciò che stiamo progettando.
Don Norman identifica tre tipologie di vincoli:
I vincoli fisici sono strettamente correlati e incidono direttamente su le possibilità reali: ad esempio, non è possibile muovere il puntatore del mouse al di fuori dello schermo.
Vincoli logici attivano la ragione per trovare delle alternative. Se chiediamo a un utente di cliccare su cinque elementi in una pagina e di questi 5 soltanto 4 sono immediatamente visibili, la persona deduce per logica che uno si trovi al di fuori della parte visibile dello schermo.
Vincoli di tipo culturale sono convenzioni apprese e accettate come tali da un gruppo di persone che condividono una stessa cultura. Il fatto che una scroll-bar sia riconosciuta come strumento per scorrere la pagina lungo i due assi e che, per essere utilizzata, richieda un’azione di trascinamento tramite il mouse, è una convenzione culturale.
Alla base di ogni tipologia d’interazione c’è sempre la volontà umana. Le scelte compiute sono frutto del libero arbitrio. Non esiste un’unica strarda per compiere una determinata azione, ma un’interfaccia ben progettata dovrebbe adeguarsi nel migliore dei modi ai processi cognitivi umani.
Una convenzione si traduce in un vincolo quando proibisce alcune azioni e ne incoraggia delle altre. Mentre I vincoli fisici rendono impossibili determinate attività, quelli logici e culturali sono più “deboli” nel senso che possono essere anche ignorati o violati, ma ciò non toglie che siano un strumento fondamentale a disposizione del designer per progettare prodotti, software, applicazioni.
Come possiamo sapere se gli utenti condividono e seguono le convenzioni? Le convenzioni culturali riguardano le azioni delle persone, come si comportano e relazionano in contesti ed ambiti diversi. Se vogliamo capire e analizzare questi comportamenti l’unico modo è osservarle.
Non durante un test di usabilità, come afferma Don Norman, ma direttamente nel loro contesto naturale.
Tags: convenzioni, design, interazione, progettazione

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