Nuovi materiali e tecniche di produzione gettano le basi per una massiva diffusione di display interattivi, che nei prossimi anni verranno utilizzati sempre più nella pratica architettonica, come rivestimenti esterni o nel design di interni (per esempio come carte da parati elettroniche).
La selezione di contenuti e di esperienze per questa (inedita) quantità di superfici elettroniche pone delle grandi sfide per gli interaction designer. In che modo questi display distribuiti comunicheranno con l’utente? Quali contenuti dovranno essere veicolati e in quali contesti? Quali saranno le modalità di interazione con l’utente?

Le risposte a questi quesiti costituiscono un campo di ricerca estremamente esteso e, in anni recenti, team interdisciplinari hanno già ipotizzato alcuni prototipi e soluzioni, molto diversi tra loro a seconda di luoghi, tempi, contesti di fruizione. Già nel 2002, ad esempio, R/GA, una delle più importanti agenzie di design interattivo, era stata coinvolta nella progettazione del back-end tecnologico della facciata elettronica del palazzo Reuters, a New York, che gestiva la visualizzazione di feed video con le news da diverse locations sparse in tutto il mondo.

Il diplay Reuters emerge con la sua forma tondeggiante dal caleidoscopio visuale dei centinaia di schermi incastonati a Times Square. Una delle piazze più frequentate del mondo, con decine di milioni di passanti all’anno appartenenti alle culture più diverse, diventa quindi il palcoscenico di un’affollata esibizione di segni elettronici.
Questi interventi di architettura interattiva impongono un’attenzione particolare alle componenti percettive e cross-culturali degli utenti, che abitano gli spazi urbani mossi da desideri e stati d’animo personali: il caos percettivo e cangiante di milioni di pixel sempre accesi può suscitare in alcuni meraviglia, in altri fastidio, oppure disorientamento. Le persone che attraversano Times Square possono voler cercare rapidamente delle informazioni segnaletiche, oppure turistiche, oppure voler godere dello spettacolo, oppure voler gettare uno sguardo alle ultime news. Oggi, la maggior parte di questi display ha un proprio palinsesto, per così dire, generalista: raramente i display hanno un grado di interattività tale da consentire una personalizzazione delle informazioni visualizzate in funzione del singolo passante e dei suoi codici linguistici, socio-culturali o delle sue intenzioni.
Una massiva distribuzione di display come in Times Square sta diventando un panorama sempre più comune, e non solo nelle arterie delle grandi città americane, ma anche negli spazi architettonici, sia esterni sia interni, degli edifici di molte metropoli di tutto il mondo. Il risultato percettivo suscitato nei passanti è, spesso, un’overdose di segni elettronici.
Nei prossimi anni si svilupperanno grammatiche e linguaggi per disegnare le trame comunicative e interattive di questi panorami elettronici (videoscapes), formati da pixel o immagini proiettate.
A mio avviso, una delle tendenze potrebbe andare verso una centralità estetica della dimensione tipografica. Certe tipologie di design, ad esempio quello funzionalista o minimale, ci hanno abituati al biancore di superfici vuote in cui campeggiano poche parole, o un’indicazione topografica o segnaletica. Sicuramente, questo design segnaletico continuerà a giocare un ruolo importante nei palinsesti dei videoscape. Tuttavia, credo che si assisterà anche al recupero di una dimensione narrativa e esperienziale della tipografia.
Vorrei quindi presentare alcuni artisti che, prima dell’avvento massivo dei videoscapes, hanno lavorato utilizzando in maniera originale la tipografia nell’environmental design. I lavori che presento non utilizzano tecnologie interattive, ma costituiscono delle suggestioni interessanti per un uso creativo del lettering nell’interaction design.
Paula Scher è una delle più importanti graphic designers americane. Dopo aver progettato pluripremiate cover per CBS, Atlantic Records e un periodo come art director in Time, ha fondato il proprio studio, che si occupa, tra l’altro, di environmental design.

Nel 2001, le facciate del New Jersey Performing Arts Center diventano una tela per rappresentare la trama di attività che si svolgono all’interno: le parole si rincorrono sui muri, i tubi e i balconi, mostrando il felice interplay delle discipline performative, così come si incrociano probabilmente negli spettacoli messi in scena nell’edificio. L’enormità delle lettere, fuori la scala abituale, suscita un gioioso effetto dirompente.

All’interno del Duke Theatre, le parole debordano ancora stavolta sui pavimenti e si rincorrono tra le giunture, anche di ambienti diversi. Il pavimento dell’ascensore è una superficie fluttuante che forma delle aggregazioni segnaletiche con i suoi movimenti (floor 1, 2, 3…). L’ingresso nelle varie stanze è preceduto da aree colorate sul pavimento su cui sono impressi nomi e funzioni delle stanze. La tipografia diventa un elemento funzionale intessuto nella dimensione estetica dell’edificio. Parole incorporate che si fanno estetica segnaletica e la cui inusuale disseminazione mette in gioco le grammatiche dell’abitare.

Nel palazzo Bloomberg la tipografia si libera in tutta la sua liquidità e si dispiega negli interstizi, occupando spazi irregolari. I numeri dei piani sono letteralmente incastonati nelle angolature, si arrampicano sugli scalini, attraversano le porte come fantasmi di colore. Tipografia interstiziale, i cui pieni e vuoti disegnano traiettorie visive indisciplinate.
E-types è uno studio di graphic design danese, che in alcuni progetti ha manifestato un’attenzione particolare verso un’estetica tipografica minimale, in cui grappoli di lettere (o brevi frasi) si rapportano a campi vuoti.


In questo caso, le stanze progettate per l’Hotel Fox a Copenhagen evidenziano l’uso di una tipografia ubiqua, che si dispiega sui muri, si rincorre da un angolo all’altro, si posa sulle lenzuola. Micronarrazioni accompagnano lo sguardo dell’ospite nell’esplorazione delle varie superfici. Dati aneddotici, piccole storie o nonsense: le stanze sono abitate da pillole narrative che riempiono l’ospite di curiosità. Narrativa interstiziale, da consumare in pochi secondi come un haiku metropolitano.
In conclusione, quali spunti un interaction designer potrebbe trarre dagli esempi sopracitati per progettare le superfici interattive dei videoscapes?
Alcuni tratti da esplorare potrebbero essere:
Tags: architecture, design ambientale, design d'interni, design dell'informazione, Design dell'interazione, experience design, paula scher, tipografia

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uhm.
Interessanti gli artisti citati (anche se la mappa su fondo colorato del pavimento l’ho vista in diversi ospedali, e non solo in pronto soccorso…).
ho qualche perplessità sull’uso così invasivo di frasi sui muri di una stanza d’hotel, come si suol dire: “si bellissimo, peccato non poterci vivere” - quello che alla fine dissero delle Unità d’Abitazione di Corbu (poi riqualificate e bla bla bla).
Ma la perplessità maggiore la trovo nella necessità di “inventare” una branca di studio o solo di design, interstiziale o altro che sia.
Mi fa tanto horror vacui, anche perchè il discorso salta dall’intallazione a NYC al display pubblicitario di Londra: credo che si siano unificati livelli che non hanno nulla da spartire tra loro e pure in forma volutamente “tecnichese”.
Per es: “Nei prossimi anni si svilupperanno grammatiche e linguaggi per disegnare le trame comunicative e interattive di questi panorami elettronici (videoscapes), formati da pixel o immagini proiettate.”
“grammatiche e linguaggi per disegnare trame comunicative”?
ma COSA vuol dire?
Caro Clà, provo a spiegare in altre parole quanto intendevo. Credo che nei prossimi anni assisteremo a una massiva diffusione di schermi e proiezioni interattive. Per un interaction designer questa rappresenta una bella sfida, perché ciascuno di questi display potrebbe richiedere delle riflessioni in termini di palinsesti: che tipo di comunicazione mostrare e in quali momenti? Tale comunicazione dovrà essere generalista o personalizzata in base al singolo utente? Oppure in base a cluster di utenti (i turisti, gli abitanti della città, …)?
Immagina questa moltiplicazione di canali, tutti da riempire con dei contenuti più o meno interattivi.
In questo senso, la comunità di designer, ricercatori, antropologi già sta prestando una grande attenzione ai linguaggi che dovranno essere veicolati da questi media. Si tratta di studi embrionali, in cui per forza di cose ci si riferisce a esempi del passato: i lavori di Paula Scher sono di oltre 15 anni fa e poi sono stati ripresi in molti altri edifici, tra cui gli ospedali che tu citi.
no un attimo, i percorsi segnalati sul pavimento non sono di 15 anni fa a seguito di Sher. e ti dirò di più: sono usati anche nelle università da parecchi anni.
e ti dirò ancora di più: anche sulle le principali strade romane.
“ogni display potrebbe richiedere delle riflessioni in termini di palinsesti” - a parte che de novo: che significa? che c’entra con il design?
“la comunità di designer, ricercatori, antropologi già sta prestando una grande attenzione ai linguaggi che dovranno essere veicolati da questi media.”
mettici anche i neurochirurghi e gli esperti di filologia romanza, già che ci siamo.
“Prendete un giornale. Prendete le forbici. Scegliete nel giornale un articolo della lunghezza che desiderate per la vostra poesia
Ritagliate l’articolo. Ritagliate poi accuratamente ognuna delle parole che compongono l’articolo e mettetele in un sacco.
Agitate delicatamente.
Tirate fuori un ritaglio dopo l’altro disponendoli nell’ordine in cui sono usciti dal sacco.
Copiate scrupolosamente.
La poesia vi somiglierà.
Ed eccovi divenuto uno scrittore infinitamente originale e di squisita sensibilità, benchè incompresa dal volgo.”
Tristan Tzara.