Appunti e spunti sull’esperienza d’uso

Un processo. Rendere flessibile il Visual Design. a cura di Alice Garbocci

fidel Un processo. Rendere flessibile il Visual Design.

Il progettista visivo inserito all’interno di un sistema complesso di figure professionali, metodologie esistenti ed improvvisate, tempistiche e budget più o meno ridotti è costretto ad dover garantire flessibilità, gestione completa dell’imprevisto e adattabilità alle diverse tipologie di approccio alla realizzazione di un prodotto.

Dopo alcuni anni di esperienza nel settore del web, la necessità di strutturare una metodologia di lavoro modulare, adattabile alle esigenze dei differenti stakeholder e del V.D. (visual designer) in prima persona si è fatta imperante.
Il focus è stato quello di comporre un metodo capace di analizzare, sintetizzare, concettualizzare, iterare ed arrivare ad un produttivo nella maniera più fluida e collaborativa possibile. È proprio da questi assunti che il processo nasce, cresce e si sviluppa.

In quanto facente parte di un organismo il V.D. deve imparare ad accettare poche ma fondamentali regole:

1. Non è solo. Come non sono soli gli altri.
Collaborare, e nel più efficace ed efficiente dei modi, può solo essere un bene per tutti.
Le parti con cui c’è necessità di confrontarsi sono molte. Le professionalità messe a confronto devono parlare, interagire, dialogare, ascoltarsi. Senza l’ascolto delle opinioni altrui, senza la presa di coscienza del valore dell’altro, non può avvenire una crescita produttiva e corretta del progetto.

2. Non si tratta di Creazione (nel senso biblico del termine).
Il progettista non può pensare di rinchiudersi in una stanza per tre/cinque giorni, alla fine dei quali il prodotto è arrivato al termine dell’incubazione e pronto ad essere partorito.

3. L’arte e la progettazione sono cose distinte (e qua la diatriba sarebbe infinita).
Se, come si è detto sopra il V.D. è parte di un insieme, non può pensare di fare quello che vuole e come vuole.
Il V.D. deve riuscire a fare del suo meglio, la maggiore qualità possibile, rimanendo coerente con la comprensibilità comunicativa, i paletti tecnici e le necessità di produzione.
Il progetto visuale, deve sì catturare l’attenzione dell’utente, ma deve in primo luogo comunicare, esaltare e rendere maggiormente fruibile il contenuto. Il progetto visuale, non può prescindere né dal progetto di comunicazione né tanto meno dalla fattibilità di un prodotto.

Digeriti questi semplici concetti ed inseriti in un contesto di progettazione agile è possibile ipotizzare un continuo “work in progress” costituito da step chiari che diano la possibilità al V.D. di intervenire nelle differenti parti del processo. Il progettista si avvicina alla soluzione per piccoli passi. Ogni passo viene discusso con un differente attore del processo e andando avanti raffinando si giunge ad una soluzione.

Il “work in progress” e le deliverable.

Procedere per piccole iterazioni dal macro al micro, dal generale al particolare. Iniziare analizzando il mercato di riferimento, il terreno in cui si muove e deve riuscire a muoversi il prodotto, definire una scala di valori e concetti chiave, assaporare il mood, analizzare le chiavi stilistico-comunicative, proporre dei concept sino a giungere ad un prodotto di dettaglio.
Il V.D. deve essere disposto a mettersi in discussione ad ogni passo ed essere pronto a mettere in discussione il proprio lavoro, ogni scelta progettuale, dalla dimensione del titolo in alto a sinistra fino all’ultimo dei toni cromatici deve poter essere giustificata di fronte agli altri attori. Il V.D. non agendo in maniera isolata, soprattutto nelle prime ed ultime fasi deve essere capace di accogliere i requisiti ed elaborare soluzioni attinenti a quello che il progetto richiede.

Tenendo conto delle tempistiche, degli attori dell’intera filiera progettuale (UCD, nel  nostro caso), del budget, dei requisiti e della loro volatilità, etc… si ha la necessità di strumenti di discussione che possano essere realizzati in breve tempo, strumenti veloci e chiari che una volta mostrati ed esposti ad altri restituiscano tutti gli elementi di feedback per procedere nella progettazione.
L’intero processo deve essere composto di moduli. Moduli che possono essere aggiunti od eliminati a seconda del progetto, del momento in cui vien preso e del livello di profondità a cui bisogna intervenire.

È necessario, però, essere realisti. Anche se si ha intenzione di collaborare, anche se c’è intesa fra i membri del team, anche se il clima è dei migliori spesso non tutti parlano la stessa lingua, e i problemi di comunicazione possono essere all’ordine del giorno rischiando di far fallire il progetto. L’unico modo di confrontarsi in maniera efficace è avere un humus comune, un processo o una metodologia accettata e condivisa e delle deliverable e della documentazione (preferibilmente snella e accessibile) fruibili in maniera semplice.

La metodologia e gli strumenti che utilizzo ogni giorno non sono niente di innovativo. Nuovo è però l’approccio e il contesto in cui vengono utilizzate.
Di seguito parlerò di inspiration-board, mood-board e style-board, tutti strumenti noti anche nel mondo della grafica tradizionale, ma che inseriti in un contesto di progettazione web evitano al progettista di dover sviluppare cinquanta moke-up ad alta definizione e di trovarsi di fronte all’effetto: “Ah! Questo proprio non mi piace!” da parte del cliente con il rischio di dover ricominciare dall’inizio con l’alta fedeltà.

Vedi sopra, è meglio approcciare il progetto in maniera macroscopica analizzando i valori del brand/prodotto e lo stile visuale dei competitor sul mercato, creando delle solide fondazioni da cui sviluppare l’intero progetto.

Dopo i primi brain-storming con il cliente e il reparto comunicazione e marketing il progettista visivo può iniziare la raccolta del materiale di lavoro.

Inspiration-board

inspiration Un processo. Rendere flessibile il Visual Design.

In un post sul blog aziendale parlando di questa prima deliverable di progetto, l’ho paragonata ad una visita ad un mercatino dell’usato. Ed è proprio questo il concetto principale.
Dopo aver studiato la strategia comunicativa e aver intervistato i professionisti del marketing e i clienti il V.D. inizia la sua attività, per indirizzare il progetto.
Il progettista deve iniziare a reperire/raccogliere tutto il materiale che potrà essergli utile per il futuro sviluppo del mood.
Deve guardarsi intorno. Tutto può essere utile, qualsiasi tipo di materiale, proveniente da qualsiasi campo comunicativo-applicativo, da qualsiasi settore e da qualsiasi media. Possono essere importanti i progetti dei competitor tanto quanto la scatola dei cereali che ogni mattina ci troviamo di fronte. Non bisogna fermarsi ad un approccio superficiale.

Un docente del primo anno di università nel corso di Industrial Design disse qualcosa del genere: ” Il designer DEVE essere curioso! Se non siete curiosi, se non avete interesse in molti ambiti, se non avete voglia di capirne di ingegneria dei materiali tanto quanto in storia dell’arte, di cucina piuttosto tanto quanto di sociologia, lasciate perdere.
La curiosità di conoscere, scoprire ed indagare. Alcuni fra i più grandi nomi del design italiano come ad esempio: B. Munari piuttosto che E. Mari o ancora A. Castiglioni invitano il progettista ad osservare la realtà con gli occhi di un bambino.
L’unico modo per trovare una “soluzione” ai problemi ( di ogni giorno, s’intende) è osservare il mondo come se lo si guardasse per la prima volta.
Osservando la realtà con quest’ottica raramente si esce a mani vuote. Il processo di attrazione è fondamentale, se una cosa ci interessa e ci sembra legata al contesto progettuale probabilmente riempirà uno spazio nella tavola delle ispirazioni.
La raccolta, il collage spesso caotico di immagini, materiali, oggetti apparentemente interessanti funziona da fonte di ispirazione. È molto utile se non si è ancora costruito un immaginario relativo al prodotto da comunicare e naturalmente è una deliverable da sviluppare prima di ogni altra.

Va considerato il fatto che serve prettamente al V.D. a al  C.M. (communication designer) e come tale ognuno può decidere quale’è il miglior modo per realizzarla.
C’è chi preferisce raccogliere tutto in una cartella, chi utilizza materiale appuntato su una lavagna, chi ancora costruisce un collage di elementi.
Come ogni strumento di lavoro di concept e assolutamente privato ogni progettista può adattarlo alle sue esigenze, alle tempistiche e al budget allocato alla ricerca. Risulta essere un dato di fatto che la creazione di un immaginario è essenziale ed è auspicabile che tale materiale venga prodotto in collaborazione con chi si occupa dello sviluppo di comunicazione, tono di voce, etc… all’interno del progetto stesso.

Mood-board

moodboard Un processo. Rendere flessibile il Visual Design.

È la seconda deliverable che viene realizzata e la differenza con un’ inspiration-board è molto sottile.
Entrambe sono utilizzate da varie tipologie di progettisti, dai fashion ai visual agli interior ed è proprio dal mondo della moda che nascono e si sviluppano, ma le seconde hanno un livello di dettaglio molto superiore rispetto alle prime.
Se un’ispiration-board rappresenta un agglomerato di concetti, materiali, stili e quant’altro le mood-board sono molto più focalizzate.

“Creating a mood board is a great way to visualise how the final room will look and will help you decide which colours complement or clash with each other.” bbc.co.uk homes

Ogni tavola degli umori è un mondo a parte, è uno strumento che ci fa capire quali sono effettivamente le componenti (anche se ad un livello assolutamente non di dettaglio) che vorremmo utilizzare nel progetto. L’aria che si deve respirare, i toni cromatici, gli stili tipografici, il tono formale e il timbro stilistico vengono analizzati, selezionati ed uniti in tavole per creare dei piccoli microcosmi di senso, delle alternative coerenti con la tipologia di progetto, tavole che potranno essere sviluppate successivamente. I valori legati ad un prodotto insieme al feeling e il tono di voce vengono esplicitati in una proposta concettuale, infatti, poco delle mood-board verrà portato avanti nel processo progettuale, se non alcuni spunti.

Per un corretto ed efficace svolgimento del processo, il V.D. deve confrontarsi e soprattutto nelle prime fasi dovrebbe lavorare affiancato da un C.D. (communicatin designer). Per rendere più completa la progettazione, inoltre, sarebbe utile sviluppare svariate tavole in parallelo e discutere il materiale prodotto per poi arrivare tramite una fusione delle differenti “interpretazioni” ad un risultato comune. Sarebbe costruttivo riuscire a parlare con il cliente del materiale prodotto è necessario però che il cliente venga istruito in merito a quello che sta per ricevere e al perché tale materiale è stato prodotto.

Style-Board

styleboard Un processo. Rendere flessibile il Visual Design.

Nell’ottica del continuo raffinamento arriviamo all’ultima delle deliverable prima di arrivare alla fase di concept vera e propria.
Fino ad ora il V.D. ha lavorato fianco a fianco con il C.D. e non si è minimamente occupato dell’interfaccia definitiva e continuerà a farlo fino allo step successivo (concept). Ha fatto ricerche nel campo del mood, nel campo del look&feel, del settore di sviluppo del prodotto. Il processo di raffinamento visuale corre in maniera assolutamente parallela a quello di sviluppo di architettura ed interfaccia. L’unico accorgimento che occorre prendere all’interno del team è quello di non lavorare a compartimenti stagni. Anche se i soggetti a cui si rivolge l’attenzione sono differenti, da un lato l’aspetto “stilistico-comunicativo” dall’altro quello maggiormente funzionale, non bisogna dimenticarsi dei momenti di confronto. Se l’obiettivo è comune è inutile non parlarsi.
Le style-board devono essere considerate come l’ultimo momento di lavoro individuale e dalla fase successiva il lavoro svolto dalle differenti parti del team dovrà integrarsi per riuscire ad arrivare al prodotto finale.

Le style-board, che sono solitamente tre, ci consentono di visualizzare mediante quello che sarà lo sviluppo della pagina futura, almeno dal punto di vista della comunicazione visiva.
Le caratteristiche visive e formali definite in maniera sommaria nelle mood-board, vengono prese ad una ad una approfondite (studio della tipografia, utilizzo dei colori in pagina, gerarchie visive, strutture base, etc …)  e applicate ad elementi reali. Si creano bottoni, box, gallerie d’immagine, testi, che richiamino quelle che ipoteticamente saranno presenti nell’interfaccia e si definiscono dal punto di vista stilistico.
Le tavole di stile sono un primo step verso la definizione del prodotto e aiutano progettisti e cliente ad individuare la strada da seguire ed elementi che anche con continui raffinamenti potranno essere utilizzati nelle successive fasi di progettazione.
Sebbene le style-board presentate al cliente possono essere molto differenti fra loro, non è detto che gli elementi di una tavola non possano essere integrati con quelli di un’altra fino ad arrivare ad una soluzione coerente, progettualmente corretta, gradita al cliente e al progettista.

Per quanto riguarda il rapporto cliente deliverable, va detto che le style-board non sono uno strumento di comprensione immediata. Soprattutto se sviluppate ad un livello di definizione troppo elevato si rischia che vengano male interpretate ed sempre meglio andarle a presentare direttamente.
Cliente che non deve esprimere solamente una preferenza, ma piuttosto scegliere una serie di elementi.

Il V.D. deve assolutamente spiegare a chiunque si trovi per la prima volta di fronte ad una style-board che: la style-board, rappresenta un nuovo punto di partenza e non un punto di arrivo, che da qui parte la progettazione di sempre maggiore dettaglio e che solo da adesso in avanti si procederà all’integrazione con l’effettiva interfaccia. Deve inoltre sottolineare il fatto che la style-board non è un visual ma piuttosto una somma di elementi fra i quali poter scegliere e che solo dopo la discussione e la scelta il visual designer può iniziare a progettare nel dettaglio e a produrre i documenti finali destinati allo sviluppo.

Essendo una deliverable orientata all’esterno deve essere appropriatamente documentata sia per agevolarne la comprensione che per orientare l’utente rispetto alle scelte progettuali effettuate.

Concludendo

Come tutte le metodologie, alla fine deve essere adattata ai bisogni, al contesto, al tipo di struttura e di mercato in cui ci si trova ad operare.
Bisogna ammettere però che questa modalità di lavoro rende agevole il cambiamento di requisito e permette al V.D. di procedere per piccoli passi senza incappare nella totale catastrofe del dover buttare e fare tutto da principio.

Ogni deliverable porta ad un sostanziale passo in avanti verso il prodotto ad alta definizione ed ogni modulo può essere o meno eseguito a seconda del progetto preso in carico.
Se, ad esempio, ci troviamo a dover sviluppare un prodotto completo dovremo utilizzare tutte le fasi per definire il mood visivo del progetto altrimenti se abbiamo già una corporate identity ben strutturata e definita, potremo saltare i primi due passaggi e concentrarci sulle style-board.

Che si utilizzi un metodo piuttosto che un altro, l’obiettivo deve essere quello di riuscire a risolvere i problemi progettuali nella maniera più flessibile e meno rigida possibile considerando l’integrazione con gli altri membri del team e con il loro lavoro, mettendo in conto che ognuno deve essere in grado di svolgere il proprio lavoro nella maniera più fluida possibile e che alla fine ogni cosa progettata dovrà essere prodotta con determinate tempistiche e costi.

L’unico modo per poter svolgere un lavoro corretto è quindi, dal mio punto di vista, parlare ed ascoltare le opinioni e le esigenze di tutti gli attori dell’organismo riuscendo ad integrare il proprio lavoro in maniera efficiente ed efficace con il minor numero di errori possibile.

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2 Responses to “Un processo. Rendere flessibile il Visual Design.”

  1. Complimenti, proprio un bel viaggio all’interno del processo di lavoro dei Visual Designers!

  2. [...] molto vaghi (web graphics, web design, accessibility design). Proprio pochi giorni fa è uscito questo articolo su UXmagazine: il processo di cui si parla nell’articolo è relativo all’impatto grafico, cioè allo [...]

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